Il canto del pensiero

Il canto del pensiero

Riflessioni sul dialogo di M. Heidegger, Di un colloquio dal linguaggio.

“Di un colloquio dal linguaggio” è uno dei pochi scritti in forma di dialogo del filosofo tedesco Martin Heidegger, che propone i temi affrontati nel  dialogo realmente avvenuto tra Heidegger stesso  e lo studioso giapponese Tomio Tezuka, nel 1954 a Friburgo.

Il dialogo si apre ricordando il conte Shuzo Kuki, un intellettuale giapponese, che trascorse in Europa un lungo periodo di studi, seguendo, tra l’altro, le lezioni di Husserl a Friburgo e di Heidegger a Marburgo. Nel testo i due interlocutori affrontano diversi temi: uno di questi è l’ermeneutica, termine che deriva dal greco ἑρμηνευτική traducibile come l’arte dell’interpretazione. L’ermeneutica è una disciplina antichissima, che affonda le proprie radici nella teologia, in particolare nell’interpretazione della Sacra Scrittura. Non è questo, però, il senso in cui va pensata l’ermeneutica. La parola, infatti, ha un significato più originario di quello di interpretazione, ovvero, heideggeriamente, portare messaggio e annuncio. Scrive Heidegger in questo stesso dialogo: <<… l’ermeneutico, non significa innanzitutto interpretare, bensì, prima di questo, il recare messaggio e annuncio.>> 

Nel mito greco il Dio Ermes era il messaggero degli dei, l’unico Dio ad avere la possibilità di scendere nell’Ade e di abbattere, perciò, le barriere tra i vivi e i morti. Ermes è anche considerato il Dio della poesia perché costruisce la prima lira, il primo strumento a corde, simbolo stesso della poesia lirica. Non è un caso che secondo Heidegger la poesia sia “l’istituzione in parola dell’essere” (Holderlin e l’essenza della poesia, p.50) ovvero quella forma di sapienza che disvela l’Essere in modo originario, esprimendone la disvelatezza, in una forma altra rispetto al modo prensivo-rappresentativo della metafisica. In questo modo, l’attività filosofica di Heidegger, intesa come ricerca dell’essere e di un suo nuovo linguaggio converge verso l’attività poetica. Nel 1936 Heidegger tiene a Roma una conferenza sulla poesia, facendo fra l’altro riferimento ad una strofa di una poesia di Hölderlin, che qui riportiamo: <<ma a noi compete sotto le tempeste del dio, o poeti, stare a capo nudo, afferrare dal padre il raggio stesso con la mano e porgere al popolo velato nella canzone, il dono divino>>. Da questi versi emerge un preciso ruolo del poeta, abitante di uno spazio intermedio tra umani e celesti e dunque mediatore dei due mondi. Scrive Heidegger in “Di un colloquio dal linguaggio”: <<Ermes è il messaggero degli dei. Reca il messaggio del destino; έρμηνεύειν è ˂˂ quell’esporre che reca annuncio, in quanto è in grado di udire un messaggio>>. Al tal proposito è necessario ricordare lo Ione di Platone, a cui lo stesso Heidegger fa riferimento nel nostro dialogo, in cui il poeta viene paragonato ad un vaso riempito di miele dalle api. Questa metafora viene inventata da Platone per far capire come il poeta non è tale per i suoi meriti ma perché è ispirato dalle Muse. Risulta evidente che tra i due filosofi vi sia una congruenza per quanto riguarda il ruolo dei poeti. Lo strumento fondamentale della poesia è il linguaggio che si configura come la «Casa dell’Essere» di cui   l’uomo non è il proprietario ma l’ospite, poiché non è tanto l’uomo a possedere il linguaggio quanto il linguaggio a dare dimora all’uomo. 

Heidegger propone l’espressione Die Sage per indicare il Dire originario cioè << il dire e il suo detto e ciò che è da dire>>, operazione che riesce a compiere solo la poesia.

Classe V SUA, A.S 2017/2018: Agosta Martina, Caccamo Graziana, Caruso Robin, Garaffa Letizia, Licitra Claudia, Mastruglio Marta, Matarazzo Fabiana, Migliore Paola, Sammito Giulia, Scala Sarah, Susino Corinne.

 

N.B. Abbiamo usato la traduzione inedita del testo di Heidegger, del professore V. Cicero, che ringraziamo, orgogliosi, per averci fatto un dono così prezioso. 

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