La forma del vuoto

La forma del vuoto, note sul dialogo di M. Heidegger, “Di un colloquio dal linguaggio”

Uno dei rari testi in forma di dialogo, “Di un colloquio dal linguaggio” di Martin Heidegger continua la tradizione filosofica, nata ad Atene con Socrate e codificata come vero e proprio genere letterario dalla scrittura di Platone, il cui dialogo Ione, dedicato alla poesia, viene, non a caso, citato qui da Heidegger. Un dialogo, dunque, che ne richiama un altro. Natura dialogica della filosofia che Pierre Hadot in “Esercizi spirituali e filosofia antica” così definisce: << Il dialogo è un itinerario del pensiero la cui via è tracciata dall’accordo fra una persona che interroga e una che risponde.>> 

Uno dei temi del colloquio è l’indagine sulla natura dell’Iki, ovvero l’essenza dell’arte e della poesia giapponesi. Una difficoltà emerge sin dalle prime battute, difficoltà relativa alla lingua in cui il colloquio si svolge, lingua europea, inadeguata a discutere qualcosa che appartiene all’essenza e allo spirito del mondo giapponese.

Pensare autenticamente, secondo la formula heideggeriana è camminare; come dichiarato nello stesso dialogo: <<ciò che permane nel pensare è la via>>, allora, bisogna allontanarsi da uno stile di pensiero che intende possedere la verità, bloccandola in un concetto definitivo, e considerare l’attività di pensiero come itinerante e in cammino.

Infatti, scrive Heidegger: “il volere sapere e l’avidità di spiegazioni non ci portano mai in un questionare pensante.” Anzi, nel mondo giapponese non desta alcuno scandalo se un colloquio lascia nell’indeterminato ciò intorno a cui parla, e l’essere stesso viene pensato dal buddismo Zen come il nulla, cioè come vacuità. La pubblicazione di Che cos’è Metafisica nel 1929 in Europa, viene accompagnata da critiche e l’opera definita nichilista, proprio perché lì Heidegger aveva identificato l’essere con il nulla. 

<<Il niente non rende solo il concetto opposto a quello di ente, ma appartiene originariamente all’essenza (Wesen) stessa.>> (M. Heidegger, Che cos’è Metafisica, in Segnavia, p. 71) 

Sarà proprio nel sentimento dell’angoscia che il nulla troverà la sua propria espressione. Attraverso l’angoscia, l’esserci sperimenta l’inconsistenza della realtà.

 Il vuoto torna ad essere centrale in una delle forme d’arte giapponese più antica, il teatro no. Qui la scena è pressoché vuota ed anche un gesto apparentemente insignificante, catalizza l’attenzione e si carica di un significato di eccezionale portata.

Come dichiara Heidegger nel dialogo:” Questo vuoto esige un raccoglimento inabituale. Grazie ad esso basta, allora, soltanto un piccolo gesto dell’attore per far apparire qualcosa di possente a partire da una strana quiete.” 

Ci piace concludere con un verso del Sutra del Cuore, in cui emerge con chiarezza la profonda sintonia tra il concetto di Essere di Heidegger e quello di vacuità del Buddismo Zen: “Shiki Soku ku, Ku Soku Shiki”, che si può tradurre con “forma eppure vuoto, vuoto eppure forma.” 

Classe V SUA, A.S. 2017/18: Margherita Blandini, Lucrezia Cannizzaro, Mariacristina Sabellini, Matteo Fratantonio, Angelica Ferbo, Selena Agosta, Chiara Alecci.

N.B. Abbiamo usato la traduzione inedita del testo di Heidegger, del professore V. Cicero, che ringraziamo, orgogliosi, per averci fatto un dono così prezioso. 

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