Un bagno caldo

Di Seneca conosciamo principalmente due volti, riscontrabili nel testo di Albisani attraverso il contegno e le parole del filosofo, come degli altri personaggi, soprattutto dell’imperatore.

Due volti che chi studia e spesso idealizza Seneca, difficilmente riesce a sovrapporre e a far combaciare, ma che nel grande e variegato compromesso della vita sicuramente hanno coesistito.

Uno è quello del politico, che tra il 54 e il 58 d.C, ha gestito il potere imperiale e inevitabilmente si è macchiato di connivenza con gli intrighi di corte. Seneca ha scritto la laudatio funebris per l’odiato imperatore Claudio, ucciso dalla moglie-nipote per consegnare il trono al figlio. Nel 59 ha forse redatto per il senato la relazione sulla morte di Agrippina, chiaramente un matricidio, di cui il Nerone di Albisani addita il maestro come istigatore, e non del tutto a torto, viste le conflittualità e le diverse posizioni dei due tutori. È a conoscenza della congiura di Pisone contro Nerone e alcuni congiurati hanno fatto il suo nome come possibile successore.

Lo stesso Seneca di Un bagno caldo a fine tragedia autodenuncia le sue ambiguità, ricordando che durante l’esilio in Corsica, mentre il filosofo scrive la Consolatio ad Helviam matrem (che Elvia di Albisani ha imparato a memoria), il retore si serve della filosofia per adulare Polibio, influente liberto di Claudio nel tentativo di far ritorno a Roma.

L’altro volto è il Seneca che si ama, è il filosofo e lo scrittore. È la voce dello stoico che sa parlare dell’uomo all’uomo, oltre il tempo. È il saggio che sa dominare le passioni e le paure attraverso una visione logica e razionale dell’esistenza, è lo sguardo pacato ed equilibrato che sa scoperchiare le false verità, che sa additare le schiavitù che nessuno ci ha imposto ma che ci siamo dati, le urgenti priorità per cui avalliamo una vita da “affaccendati”, senza essere presenti a noi stessi e senza quindi saper rivendicare noi agli altri e alla vita che scorre.

Il Seneca di Albisani compare sulla scena con questa veste, quella dello stoico in abbigliamento da viaggio, con la valigia piena dei suoi libri, consapevole che quest’ultimo viaggio sarà la morte.

Il Seneca con il cappello borsalino è il Seneca della Epistula ad Lucilium XXIV ( e non solo), di cui vi riporto una piccola parte,

Ciò che è solito accadere ai fanciulli, accade anche a noi, fanciulli un po’ più grandi: se vedono mascherate le persone care, con cui hanno dimestichezza, con cui giocano, sono presi dallo spavento; ora non solo agli uomini, ma anche alle cose bisogna togliere la maschera e restituire ad esse il loro aspetto. Perché mi mostri le spade e le fiamme e la moltitudine dei carnefici frementi di impazienza attorno a me? Manda via questo corteggio con cui ti nascondi e spaventi gli stolti: sei la morte. […] Deponi tutte queste cose che ci rendono attoniti per il terrore; fa cessare i gemiti e le esclamazioni e le grida di dolore emesse durante la tortura: sei il dolore, che quel gottoso disprezza, che quel malato di stomaco sopporta anche in mezzo ai piaceri, a cui sa resistere la fanciulla durante il parto. Se ti posso tollerare sei lieve; se non posso, sei di breve durata.

[…] Ogni giorno moriamo: infatti ogni giorno siamo privati di qualche parte della vita ed anche quando cresciamo, la vita va diminuendo. Anche la giornata che oggi viviamo, la dividiamo con la morte.

Come non è il cadere delle ultime gocce che vuota la clessidra, ma tutta l’acqua che è scesa prima, così l’ultima ora, nella quale cessiamo di esistere, non è la sola a produrre la morte, ma è sola a compierne l’opera: allora giungiamo al termine della vita, verso la quale già da un pezzo eravamo avviati.

In quegli anni non è solo Seneca ad educare alla naturalezza della morte; nella tragedia infatti si fa riferimento alla “religione dell’anima”, e ai cristiani in questi termini: “non fossero qui se avessero paura di morire”. Nonostante le diverse premesse, il pensiero dell’ultimo rappresentante dello stoicismo rivela delle affinità con l’etica della nuova religione. I cristiani martiri non temono di andare al martirio, perché torneranno alla casa del Padre; Seneca invita gli uomini a non fuggire la morte, perché “o ci distrugge o ci libera: se è una liberazione toglie via il peso inutile lasciando la parte migliore di noi stessi, se è una distruzione più niente ci lascia, ci porta via ugualmente i beni e i mali.”

In entrambi i casi comunque il messaggio filosofico e religioso ha degli effetti politici: insegnare a non aver paura di morire significa insegnare la libertà morale, significa vivere da uomini liberi senza più temere un sistema in cui il monarca può disporre della vita dei suoi sudditi. “Credimi, o mio Lucilio, la morte è così poco terribile, che in grazia alla morte niente si deve temere”.

Ma il tema della morte è presente fin dalle prime battute della tragedia; pensate ad Elvia e al suo piatto di farro, destinato, come atto di amore, al figlio già consegnato alla morte, ma che potrebbe anche essere offerto all’imperatore, se solo il suo amasio ne avesse il coraggio.

In verità una cucchiaiata di farro finirà in bocca proprio a Pirro per mano inconsapevole di Nerone. E durante l’ultimo colloquio tra il maestro e l’allievo, accanto all’imperatore che minaccia Seneca di morte e al tempo stesso lo accusa di aver voluto la sua morte, come controcanto all’impassibilità del filosofo, assistiamo ad una lenta, angosciata e comica agonia: quella di Pirro, pronto a morire solo al termine della storia, quando il suo imperatore-dio lo eleva a protagonista della tragedia che hanno recitato.

Il tema della morte si insinua anche nel legame affettivo tra l’imperatore e il filosofo, basato proprio sul ricordo di ciò che non sono più. (si veda la scena IV.) L’allievo pretende di risuscitare il maestro amorevole che un tempo accarezzava tra la chioma del fanciullo il suo sogno politico e pedagogico, e per questo chiede inutilmente conferma di una paternità improbabile, ma che i fatti non contraddicono.

Il maestro rimpiange il giovane che ha educato e visto crescere, a cui ha dedicato il De Clementia, l’opera più politica di Seneca, indicando la via nella figura paternalistica dell’imperatore che ha il dono dell’equilibrio, della clemente giustizia, consapevole che il rapporto tra imperatore e sudditi vige anche tra divinità e imperatore.

Ma se il fanciullo è un cigno con il futuro negli occhi, l’adulto è un prepotente istrione che si spaccia da imperatore. “Il maestro si vede dall’allievo” dice Seneca di Albisani. Il risultato è stato un aborto e tra i peggiori. E Seneca non viene mandato a morte solo perché la congiura di Pisone è stata sventata, ma soprattutto perché la sua esistenza ricorda a Nerone, l’anti-Seneca, ciò che non ha voluto, o forse non è riuscito, ad essere.

Leggere l’atto unico di Albisani significa trovarsi dentro una bolla, sospesi al di fuori del tempo e della realtà, per assistere ad una vicenda mai accaduta, ma che si nutre di storia, ne è una costola, una temporanea deviazione, in cui l’autore concede al figlio e al padre di confrontarsi, per l’ultima volta, per poi riconfluire nella storia, a cui si paga un tributo, già dal titolo, anch’esso nel segno della morte. Mi spiego meglio. Circa cinquant’anni dopo il suicidio di Seneca, l’ultimo grande storico della latinità, Tacito, ne descrive la morte, in un racconto in cui verità storica e invenzione letteraria si fondono per dar vita ad un medaglione morale da cui non si può prescindere, quando si parla della fine del filosofo. Non è certo casuale, né secondario che nel prologo della tragedia l’autore accenna proprio a Tacito e al tribuno Gavio Silvano, che negli Annales di Tacito ordina al filosofo di darsi la morte per volere dell’imperatore, mentre in Un bagno caldo lo invita a recarsi al teatro dei Napoletani. A fine storia Albisani si rifà nuovamente a Tacito, questa volta implicitamente: Nerone congeda Eliva invitandola a preparare un calidario per il figlio, e lei inconsapevole va via incredula. Il riferimento a Tacito è molto chiaro. Lo storico infatti ci racconta che Seneca dopo aver ascoltato l’ordine del tribuno, alla presenza di amici e persone care, si taglia le vene dei polsi, e dato che il sangue defluisce molto lentamente, vista l’età (Seneca è settantenne) e il fisico estremamente magro, taglia anche le vene all’altezza delle ginocchia e con un chiaro riferimento a Socrate beve della cicuta per accelerare la morte che arriva lentamente. Da vero stoico parla agli amici, li conforta, riesce a controllare l’estenuante sofferenza e alla fine riceve “l’ultima” e sospirata morte proprio da un bagno caldo e i suoi vapori.

 

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